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Professionisti del verde: Felice Mariani

30 Novembre 2020

Da questo mese di novembre 2020 nasce, sia nella rivista MG che nel sito web, una nuova rubrica dedicata ai “Professionisti del verde”: interviste a tutto campo per raccontare esperienze e idee.

La prima intervista è dedicata a colui che può essere considerato un libro vivente, molto più di un giardiniere, si chiama: Felice Mariani, passione e soprattutto ragione nei suoi pensieri. Dove non c’è spazio per i compromessi, dove dare il meglio è la normalità. Avercene.

Felice Mariani, 55 anni, è titolare ora di Floricoltura Mariani coi suoi cinque dipendenti: Giacomo Bonalumi, Giacomo Fumagalli, Salvatore Gambino e i suoi due figli Francesco e Federico oltre al cuore pulsante dell’azienda, sua moglie Antonella Rametta.

Un lungo viaggio quello di Mariani. In giro per il mondo, captando di tutto. Prima di trasformare ogni elemento in una buonissima miscela. Guardando il verde dall’alto, fra pregi e problemi.

Il primo punto – l’esordio di Marianisarebbe quello di riuscire a migliorare la cultura del cliente finale, anche se rispetto ad esempio agli Anni Ottanta sono stati fatti passi da gigante”.

Il secondo?

L’altra questione è legata alla scarsa cultura di alcuni colleghi che pur di portare a casa la pagnotta sottostanno ad interventi squalificanti. Come nella potatura. Nella costruzione del verde, se devo essere sincero, vedo un po’ più di qualità.

La condizione media del verde pubblico?

Spesso non c’è, nei comuni, un tecnico competente che gestisce i vari lavori. E il verde nelle nostre città è diventato per di più una guerra al ribasso. Meglio piantare cinquanta alberi e garantirne il post impianto che cento e lasciarli lì senza cure. Cultura del verde è dare importanza al verde. Quindi andare verso la qualità.

I suoi inizi?

Studi superiori da perito agrario, d’estate poi davo una mano a mio papà Silvio, che adesso ha 85 anni e che all’epoca faceva il giardiniere in una delle proprietà di Desio. La sua attività prevalente era il lavoro alla Fiat, all’Autobianchi. Faceva i turni, fra mattina e pomeriggio. Quando aveva tempo lavorava il verde, già all’epoca con un certo criterio. Io intanto proseguivo i miei studi, la scelta allora fu inconsapevole. Senza particolare vocazione, d’altronde avevo appena quattordici anni. Lavoravo quattro mesi in un vivaio ad Erba, poi ho fatto il militare, quindi ho aperto la mia attività.

Il posto del mondo in cui vorrebbe fare il giardiniere?

Ho avuto la fortuna, dopo il diploma, di potermi formare anche frequentando convegni e corsi. Erano gli Anni Novanta, gli anni d’oro del nostro mestiere. Soprattutto nell’arboricoltura. Ho viaggiato parecchio, in Europa e nel mondo. Mi piace molto la cultura anglosassone, questo è sicuro.

Un angolo in particolare?

La Costa Est degli Stati Uniti, dove puoi vedere alberi immensi a ridosso delle case. Anche loro poi hanno i loro problemi, anche di manodopera spesso pressapochista. Lavorare in Florida però sarebbe entusiasmante.

Il suo cruccio qual è?

Mi piacerebbe combattere ad alto livello. Attorno a me invece vedo di tutto. Io posso ritenermi anche fortunato, in fondo rifiutando di eseguire molti lavori che consideravo sbagliati mi sono costruito una clientela che capisce quel che voglio trasmettere. Per carità, non sono depositario del sapere assoluto. Cerco solo di trasferire le mie conoscenze sul campo. Con lavori di qualità.

Quello che più l’ha gratificata qual è stato?

Amo definirmi un giardiniere, anche se una certificazione anche in arboricoltura. A me hanno sempre dato enorme soddisfazione i grossi trapianti, la messa a dimora di alberi importanti. Anche di quindici metri, piante anche da quaranta quintali.

Il mercato dei campi di calcio?

La corretta gestione di un terreno in erba naturale può avvenire ad una sola condizione, solo se lo staff dirigenziale capisce le esigenze di chi per eseguire un buon lavoro ha bisogno di certe risorse. Meglio mettere subito le cose in chiaro, altrimenti se il prato ha qualche lacuna diventa colpa nostra. Anche se le società per certi interventi non ci mettono un euro.

In generale in che direzione sta andando il taglio dell’erba?

Dipende dalle situazioni. Per i campi di calcio assolutamente l’elicoidale, anche con tagli ogni due settimane. Per i giardini, se eseguito con competenza, il mulching va assolutamente tenuto in considerazione. Fare mulching però non vuol dire far fienagione. I prati che seguiamo noi vengono tagliati anche una volta a settimana.

La profondità del taglio?

Ultimamente la tendenza è quella di aumentare l’altezza di taglio. Una volta il tappeto ornamentale lo lasciavi a tre centimetri, adesso l’altezza è in linea di massima raddoppiata. Un modo anche per prevenire le infestanti, opera che va abbinata anche ad una giusta gestione idrica. Elevare l’altezza di taglio è un passo strategico per avere un prato di qualità.

L’avventura con SIA come è cominciata?

Frequentavo convegni per la cura degli alberi, dove ho conosciuto e stretto anche amicizia con agronomi di fama mondiale. Della Società Italiana di Arboricoltura ho fatto parte per sei anni, tre dei quali da vicepresidente. Ora sono nel consiglio direttivo di AA, l’associazione arboricoltori che di SIA è una costola.

Creare un giardino è…

Madre Natura è già perfetta di suo, l’abilità del giardiniere è solo quella di armonizzare il tutto col giusto mix. In base alle conoscenze e alle varie situazioni agronomiche.

Come è cambiato il suo parco macchine negli anni?

Io sono figlio degli Anni Ottanta e Novanta, quando un’impresa di giardinaggio aveva tutte macchine di proprietà. Ora, col fiorire dei noleggiatori, non ha più senso. Soprattutto per certe operazioni, penso alla bucatura o alla sabbiatura. Conservo il dolce ricordo di macchine gloriose dell’epoca, poi sono arrivati gli idrostatici e poi il mulching. Quelle di adesso sono ovviamente di un altro livello. Ci sono strumenti di una capacità di lavoro e capacità di taglio notevolissimi. Così come tagliasiepi e i decespugliatori.

Com’è cambiato il quadro con la batteria?

Intanto nell’approccio di gestione dello strumento, non avendo un motore endotermico. Se devo essere pignolo, da precisino quale sono, per i tagliasiepi direi meglio la monolama con impugnatura classica. Perfetta rispetto alla macchina bilama con l’impugnatura ad archetto.

Lo scenario delle municipalità?

Guardi, per me non è nemmeno una questione economica. Nella mia Desio, da sempre una città di industrie con migliaia di operai fra uomini e donne, ora è prevalente l’artigiano. E la gente nel week end vorrebbe vivere in un ambiente bello. Di parchi ce ne sono tanti, di aree estensive anche. Negli ultimi anni la gestione è stata di un livello medio-basso, quest’anno però già è andata meglio. Ho visitato cittadine tedesche e olandesi dove il verde pubblico era bellissimo. Ma non perché quelli sono posti più ricchi, come ho sentito dire da più parti. Sono gli standard di qualità a dover salire. E selezionare meglio le imprese che assegnano gli appalti. Non è così difficile.

Lei insegna anche alla Scuola del Parco di Monza. Il termometro del futuro?

Dopo il corso lungo da giardiniere, il più gettonato, tutti vengono poi assorbiti nel mondo del lavoro. Vuol dire che il settore è alla ricerca di certe competenze. Attenzione però: a queste persone devi dare il modo di esprimersi. C’è bisogno di tecnici preparati, poi sarà il campo a fare la differenza.

 

Continuate a seguire, mese dopo mese, la rubrica “Profesionisti” con le interviste a chi nel settore dedica la propria vita lavorando ogni giorno con impegno e passione.

Se volete essere tra i manutentori protagonisti di questa nuova rubrica scriveteci all’indirizzo mg@ept.it e sarete ricontattati.

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